Carnevale e maschere, dalle origini al teatro
- Lisa Gaboardi
- 11 mag
- Tempo di lettura: 5 min
Si ritiene, a ragione, che il Carnevale abbia origine dai Saturnali, antiche feste romane in onore di Saturno, il dio della semina. I Saturnali erano un'importante festa dell'antica Roma, celebrata dal 17 al 23 dicembre, in onore del dio Saturno e dell'Età dell'Oro. Era un periodo di gioia, banchetti, scambio di doni e sconvolgimenti sociali, con gli schiavi serviti dai loro padroni, influenzando significativamente le tradizioni del Natale moderno. Il Carnevale inizia il 26 dicembre e termina il Martedì Grasso. I Saturnali erano un'importante festa dell'antica Roma, celebrata dal 17 al 23 dicembre, in onore del dio Saturno e dell'Età dell'Oro. Era un periodo di gioia, banchetti, scambio di doni e sconvolgimenti sociali, con gli schiavi serviti dai loro padroni, influenzando significativamente le tradizioni del Natale moderno. Il Carnevale inizia il 26 dicembre e termina il Martedì Grasso. Celebrate nel solstizio d'inverno, le Saturnali onoravano Saturno, dio dell'agricoltura, ed evocavano l'Età dell'Oro, un'era mitica di uguaglianza e abbondanza. Tribunali, scuole e lavoro venivano sospesi. Gli schiavi godevano di una libertà temporanea e venivano serviti a tavola dai loro padroni, simbolo di un'uguaglianza primordiale. Indossavano il pilleus (il berretto degli schiavi liberati) e abiti colorati. Era consuetudine scambiarsi doni, in particolare candele di cera (cerei) e statuette di terracotta (sigillaria). Il "re" delle Saturnali veniva eletto, un princeps o rex saturnalicius, per guidare i festeggiamenti.
I Saturnali rappresentavano un periodo di massima dissolutezza e disordine sociale, paragonabile al Carnevale odierno, in cui l'atmosfera festosa mascherava le tensioni sociali della città.
Nelle celebrazioni carnevalesche medievali, oltre al "Giorno dei Folli", emerse un altro evento altamente inquietante: la "Festa dell'Asino". Durante questa festa, l'asino veniva persino portato in chiesa, dove occupava un posto d'onore, a volte persino sull'altare, e riceveva simboli di devozione. In un contesto simile, le forze brute della natura, simboleggiate dall'asino, soppiantavano gli stessi santi. In entrambi i casi, si trattava indubbiamente di eccessi; ma queste parodie sacrileghe, straordinarie in un'epoca di diffusa intolleranza, venivano tollerate perché inconsciamente considerate benefiche per la società nel suo complesso. A questo punto, una considerazione storica assume notevole importanza. Quando, nel tardo Medioevo, le grandi e corali feste grottesche iniziarono a essere limitate e poi soppresse, si assistette a una "rinascita" della stregoneria e della negromanzia. Soprattutto nel Rinascimento, considerato un'epoca radiosa di intelletto umano, la stregoneria conobbe una vera e propria espansione, raggiungendo dimensioni sconosciute nel Medioevo. Con la progressiva scomparsa delle celebrazioni ancestrali, banali e rozze, innocue per loro stessa natura e a lungo legali, emersero sempre più deliranti "sabba delle streghe", dove tutto accadeva "al contrario", un po' come il "Giorno dei Folli" di Carnevale, ma ora privi dei punti di riferimento che essenzialmente le regolavano.
Mascherarsi significa travestirsi o coprirsi il volto, spesso con abiti carnevaleschi, per assumere un'identità fittizia, camuffarsi o divertirsi. È un atto che permette di celare il proprio vero io e impersonare personaggi, eroi o figure fantastiche, liberandosi temporaneamente dai ruoli sociali consuetudinari. Fin dal Medioevo, questa tradizione è strettamente legata al Carnevale, di cui è diventato il simbolo.
Mascherine.
Per quanto riguarda le maschere, è importante notare che spesso veicolano significati apotropaici, ovvero che chi le indossa assume le caratteristiche del "soprannaturale" o del "bestiale" rappresentato dalla maschera stessa. Se la maschera raffigura uno scheletro, emerge l'allegoria delle anime dei morti che ritornano a far visita ai vivi, oppure traspare l'esortazione "pulvis es et polverim recerteris" (polvere sei e in polvere ritornerai). Ma molte maschere contengono qualcosa di più profondo. Le deformità tipiche della bestialità vengono legittimamente esibite ed esteriorizzate durante il Carnevale, ed è lecito supporre che queste maschere "bestiali", se non addirittura "demoniache", quasi sempre scelte con totale libertà, rivelino pubblicamente la vera natura di chi le indossa, senza che né chi le indossa né chi le osserva ne siano pienamente consapevoli. In questo caso, la maschera, che dovrebbe celare il volto esteriore dell'individuo, finisce per svelarne il vero io interiore!
Le maschere affascinano l'umanità fin dai tempi antichi, quando erano praticate dalle tribù, ma le maschere come le conosciamo oggi hanno origine nel Medioevo e, fino alla fine del Novecento, le maschere della Commedia dell'Arte animavano il carnevale nelle piazze. Una maschera per eccellenza trae le sue radici nell'evoluzione folcloristica e leggendaria e si distingue dagli altri personaggi della Commedia. La maschera per eccellenza è stata Arlecchino. Molto è stato scritto, detto e persino rappresentato su Arlecchino, ma soffermiamoci un attimo sulle sue origini nelle leggende e nel folklore e sul ruolo delle maschere.
La maschera di Hellequin
Nell'Occidente medievale, le maschere rivestivano un ruolo fondamentale nelle tradizioni folcloristiche, legate a vari momenti del calendario, manifestazioni rituali del "ciclo della vita" e charivari. La cultura ecclesiastica, fin dalle origini, ha condannato tenacemente le maschere e i travestimenti come segno duale, capace di celare chi li indossa ed evocare l'altro, di cui la maschera delinea l'aspetto. La Chiesa concepisce la maschera come un'imago, una figura che rimanda a qualcos'altro e rientra nella categoria delle immagini speculari, in grado di indurre una vera e propria trasformazione in chi la indossa. Questa somiglianza con la maschera è definita illegittima, poiché l'unica somiglianza ammessa è quella dell'uomo nato "a immagine di Dio": il mascheramento è diabolico e, nell'Occidente medievale, il diavolo e la maschera tendono a essere equivalenti, poiché entrambi hanno la capacità di trasfigurare gli uomini e se stessi. La Chiesa, pertanto, interpretando i travestimenti come un inganno della verità teologica, ne decreta l'irrevocabile condanna e persecuzione.
Le maschere medievali non sono giunte fino a noi e le conosciamo solo attraverso descrizioni in testi e immagini, che tuttavia provengono quasi esclusivamente dalla cultura religiosa ufficiale. Tra le fonti più interessanti, un ruolo di primo piano è svolto dalle miniature che accompagnano il manoscritto 146 della Bibliothèque Nationale di Parigi, un'interpolazione del Roman de Fauvel di Gervais du Bus realizzata da Chaillou de Pestain, risalente alla prima metà del XIV secolo.
A partire dal XIII secolo, l'Ellechino Mesnie si trasformò e si ridusse, nelle rappresentazioni teatrali, al suo rappresentante per eccellenza: l'Ellechino, che, in accordo con le norme del teatro medievale, indossa una maschera, poiché solo i personaggi diabolici potevano portarne una. L'Ellechino, da capo dell'esercito dei morti, muta gradualmente, trasformandosi, nel teatro del XVI secolo, nella figura di Arlecchino, il cui nome e la maschera cornuta rimangono le uniche tracce del suo antenato, il re dei morti.
E tornando al teatro, non posso fare a meno di parlarvi dell'Arlecchino di Dario Fo. Anzi, vi lascio goderne direttamente su YouTube. Cliccate sul link, mentre vi lascio consultare un'altra delle sue grandi opere, "Hellequin, Harlekin, Arlecchino", e l'intero archivio delle interpretazioni di Fo di questo personaggio spettacolare.
Buon Martedì Grasso a tutti!


















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