Quando la malattia richiedeva un rosario
- Elisabetta Gaboardi

- 11 mag
- Tempo di lettura: 3 min
Ci sono momenti in cui tutto perde di significato. Forse è la stanchezza, forse ci sono troppe cose da fare, forse le emozioni prendono il sopravvento, ma è proprio questo che succede.
In quei momenti sento, anzi, a dire il vero sento proprio il bisogno di una tazza di tè. E il suo meraviglioso mondo, vasto e variegato. Le miscele, le tazze che sono una meraviglia per gli occhi e per le mani, le teiere e le simpatiche copriteiera... simpatiche e utili.
E le zuccheriere, i colini e i filtri che si possono anche fare da soli. Ma per me, al di là di tutto questo, è proprio la vista delle volute di vapore che salgono, il colore del tè – io adoro quello nero – il calore che scende e conforta. È tutto questo che ridà significato al mio mondo.
Se ci fermiamo un attimo a guardare al passato, la prima cosa che notiamo è il modo in cui le persone di quei tempi percepivano i fatti della vita.
C'era una forma basilare di accettazione di ciò che la vita aveva in serbo, che fosse brutto, molto brutto o addirittura drammatico.
Era fede? Era la capacità di accettare ogni giorno così com'era, addolorandosi o gioendo per ciò che portava con sé?
Il fatto è che, qualunque cosa fosse, veniva vissuta con un atteggiamento decisamente pragmatico. Avevano poco tempo per lamentarsi e più disastroso era l'evento, più richiedeva una reazione immediata. Una reazione che scaturiva da anni di pratica o dai saggi insegnamenti delle generazioni precedenti.
Mi viene in mente la malattia, ad esempio. All'epoca, come in tutte le epoche passate, era di per sé un "fatto della vita" e come tale andava gestita.
Erano abituati alla morte, che si trattasse di bambini o anziani, faceva parte dell'ordine naturale delle cose; se colpiva gli adulti, e peggio ancora, il capofamiglia, allora era una vera catastrofe. Una vera disgrazia, che portava con sé momenti davvero difficili da superare e la vicinanza dell'intero villaggio.
Ma la malattia era un'altra cosa, che doveva essere fermata, sconfitta nel più breve tempo possibile, ed era necessario "mostrare rispetto" per impedirne il ritorno.
Quando una persona si ammalava, veniva isolata per evitare che contagiasse gli altri e si metteva in atto tutta una serie di misure, fino alla completa guarigione.
Lenzuola e vestiti venivano cambiati ogni giorno e bolliti per disinfettarli; solo una persona in famiglia era incaricata di prendersi cura del malato, per evitare il contagio. Le donne si riunivano per recitare il rosario perché l'intercessione divina era efficace quanto le cure a base di erbe e medicinali. Se arrivava il medico, era un segno inequivocabile per tutti che la situazione si era fatta davvero seria.
E alla fine arrivava la tanto agognata guarigione, degna di essere celebrata e ringraziata a Dio e alla Madonna, perché non era affatto scontata, anzi, troppo spesso, alla fine, arrivava la morte.
Se guardiamo ai giorni nostri, alcune di quelle sagge misure sono ancora in uso, ma molto è andato perduto. Come la convalescenza. Il periodo successivo alla malattia, che permetteva al paziente di guarire serenamente, di riacquistare le forze, di alimentarsi correttamente e di tornare a svolgere la propria vita, e il proprio lavoro se adulto o anziano, è un momento prezioso e importante per tutta la famiglia, con il suo bagaglio di consigli e sostegno.




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