Suono di campane
- Elisabetta Gaboardi

- 11 mag
- Tempo di lettura: 1 min
È un suono che cattura l'attenzione.
Lo ascolto come un riflesso naturale. Mi dà pace, mi fa compagnia, mi riconnette con la mia infanzia e con le generazioni che mi hanno preceduto. Persone che si impegnano, persone oneste, persone pie. Conto le ore mentre lavoro, cucio o sono in giardino.
È un suono che ha sempre accompagnato il trascorrere del tempo degli uomini: la prima messa del mattino e poi l'inizio della giornata lavorativa, i tre momenti dell'Ave Maria, altre ore canoniche da scandire, la cena, le preghiere e il lavoro, ancora lavoro fino all'ora di andare a dormire. Se era andata male, un funerale, se era andata bene, un matrimonio o un battesimo.
Il suono delle campane portava notizie, annunciava ricoveri e decessi, suonava per chiedere aiuto e assistenza.
Per la santa messa, le campane venivano suonate dai bambini del villaggio, gli stessi che, inevitabilmente sotto lo stesso sguardo severo, ma con orgoglio, servivano la Messa.
Un tempo, i campanili erano aperti, le chiese erano aperte e la gente si radunava al loro interno per pregare, per affidare le proprie anime a Dio e tutto ciò che possedeva, per sperare che piovesse e, durante le violente tempeste, per scacciare la grandine.
Oggi, le voci, sempre uniche, delle campane non sono cambiate, ma sono cambiate le orecchie tese di chi le ascolta e la fede nei loro cuori.




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